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In Siria la guerra supera i 7 anni e diventa sempre più “social”

Lo scorso marzo la rivoluzione siriana è entrata nel suo ottavo anno. Da quel 15 marzo 2011, sono morti migliaia di civili (quasi mezzo milione di vittime), città intere sono state distrutte e innumerevoli violazioni dei diritti umani perpetrate e rimaste impunite. Metà della popolazione (23 milioni) è stata sradicata dalla propria casa, circa 5 milioni e mezzo di persone hanno cercato rifugio fuori dal paese (3,3 mln in Turchia, 1 mln in Libano e poi Giordania, Iraq ed Egitto – qualche centinaia di migliaia è giunta anche in Europa). Si sono succedute alleanze, tregue, ritorsioni e più volte si è giunti vicini al punto di non ritorno di una guerra “mondiale”, nel senso storico del termine. Perché ciò che avviene in Siria assomiglia sotto molti aspetti ai terreni di scontro della Guerra Fredda tra Russia e U.S.A., sostenitori e antagonisti del regime di Bashar Al-Assad. Nel mezzo si inseriscono le altre due forze principali, distinte per obiettivi e fedi diametralmente opposti: il popolo curdo, che rivendica la propria indipendenza, autodeterminazione e la libertà dai soprusi, e Daesh, che proclama il proprio potere e la propria supremazia attraverso violenze e minacce. Il primo è stato spesso bistrattato dai discorsi di politica generale, riuscendo comunque a conquistare concretamente una fetta di indipendenza soprattutto attraverso il sostegno e il mutualismo dal basso delle varie associazioni pro-curde nel mondo e a reagire come vera forza di resistenza verso il sedicente Stato Islamico. Quest’ultimo invece, sempre presente nella retorica dell’opinione pubblica occidentale, è caduto e si è rialzato, i suoi generali sono morti diverse volte ed è stato utilizzato nella maggior parte dei casi come pretesto per intervenire militarmente (da parte delle potenze occidentali) nel territorio siriano.

La guerra civile siriana è altresì la prima guerra “sociale” nella storia. Oltre che attraverso i media, gli attori principali continuano a inviarsi accuse, minacce di ritorsioni e annunci di tregue via social network, rendendo ancora più diretta e diffusa (e quindi immediatamente fruibile dai più) la portata e gli effetti della guerra. Un esempio calzante è il tweet di Trump dell’8 aprile scorso in cui accusa Putin di supportare Assad e aver contribuito alla recente strage, conseguenza dell’attacco “chimico”, nella città di Duma nel Ghouta orientale. A questo sono seguiti i bombardamenti di U.S.A., Francia e Regno Unito contro l’esercito siriano e la pronta risposta di Assad di “narrativa occidentale” rispetto ai discorsi sul possesso e sull’utilizzo di un arsenale di armi chimiche da parte del regime siriano. “Una commedia molto antiquata” – secondo Assad – “per attaccare l’esercito siriano, dopo aver perso una carta importante con la sconfitta di Daesh, solo per sollevare il morale dei terroristi e per impedire all’esercito siriano di liberare più aree in Siria”.

Ma l’estrema connotazione “social” di questa guerra ha anche permesso che venisse documentata per la prima volta in maniera massiccia un movimento di rivoluzione. Infatti il movimento di protesta e rivolta della componente democratica della popolazione siriana è stato ad oggi il più documentato nella storia. Vi era già stata una importante rivoluzione negli anni 70 in Siria, ma se ne è persa memoria, anche per la mancanza delle tecnologie odierne. Adesso invece vi è una prova tangibile di quanto si può fare concretamente per pretendere la libertà e l’uguaglianza. La rivoluzione, nata dalla c.d. Primavera araba del 2011, affonda le sue radici nelle forti diseguaglianze socio-economiche presenti nel paese. Proprio quest’ultime, assieme alle repressioni violente di Assad nei confronti della componente rivoluzionaria democratica e agli interventi militari delle organizzazioni regionali e internazionali nel paese hanno permesso che il sedicente IS non solo si costituisse, ma si espandesse, raccogliendo sempre più consensi e adepti.

In questo scenario è difficile prendere una posizione netta, distinguere tra chi è “buono” e chi è “cattivo”. Le certezze possono però essere estrapolate dai fatti e i fatti sono:

Come in ogni guerra, chi ne soffre e paga le spese più di tutti sono i cittadini civili. Persone comuni che si trovano catapultate da un momento all’altro in una realtà che non gli appartiene, con la paura e il terrore di non vedere il “domani” e con il sospetto che una pace non giungerà in tempi brevi.

Questa situazione ha portato a un’instabilità generale nel paese (una recessione di trent’anni per l’economia siriana) che a cascata coinvolge i paesi limitrofi e di conseguenza anche l’Europa. Una pace va cercata quantomeno per umanità, ma in maniera intelligente. Infatti non si può sperare solo che la guerra finisca. È necessario intraprendere azioni che mirino alla ricostruzione sociale e culturale del paese. E non con la ormai rodata pratica dell’occidentalizzazione del territorio (o colonia?), né con la ancor più attuale “riorganizzazione demografica” (ovvero predisponendo luoghi e città per determinate etnie), ma considerando la società civile come partner indispensabile per la rinascita del paese.

Se si riuscisse anche a perseguire concretamente i responsabili dei crimini di guerra e contro l’umanità commessi in questi sette anni, sarebbe una gran prova di maturità di questa nostra “comunità internazionale”.