UNGARETTI E IL "NAUFRAGIO SENZA FINE” NEL VOLUME DI GIUSEPPE SAVOCA

di Silvia Gambadoro

“In nessuna/ parte/ di terra/mi posso/ accasare” (“Girovago” G.U.)

 

La condizione di “figlio di emigranti”, (era nato ad Alessandria nel 1888, da genitori lucchesi)  l’esperienza della guerra, il mistero e la tragicità della morte e del dolore. E ancora  la perdita dell’amico egiziano Sceab, morto suicida a Parigi, perché sentiva di non  appartenere a nessuna patria,  del fratello e del figlio Antonetto.  Nei versi di Giuseppe Ungaretti il dolore personale e la speranza nel futuro diventano il dolore esistenziale del mondo trafitto dalla guerra, ma anche  la speranza  nella vita -che dopo la morte rinasce e si rinnova – e nella poesia, che lotta contro la morte.  La parola poetica è scarna, “scavata nel silenzio”, carica di una forza misteriosa e ancestrale, come quella di un favoloso “ porto sepolto” dove “arriva il poeta/e poi torna alla luce con i suoi canti/e li disperde” (G.U. “Il Porto Sepolto”).

La poesia Ungarettiana  penetra intuitivamente il mistero della realtà, assumendo il valore di una improvvisa e folgorante “illuminazione”, che rappresenta l’unica forma di conoscenza possibile.  La vita del poeta diventa così la vita di tutti, lo strumento e il modo per capire e comunicare il  grande mistero della vita e della morte.

Nel Volume “Naufragio senza fine, Genesi e forme della poesia di Ungaretti”, edito da Leo Olschki (35 €) Giuseppe Savoca, ""professore emerito a Catania e autore di numerose pubblicazioni su Parini, Verga, Tozzi, Gozzano, Svevo, Palazzeschi, Rebora e Montale e altri, offre spunti e chiavi di lettura finora poco indagati dalla critica. Attraverso l’analisi e lo studio comparativo dei testi, emergono alcuni temi  letterari e filosofici  che rimandano a  Mallarmè, Leopardi e Baudelaire,   a Pascoli, Nietsche, Pascal, ma anche alla poesia araba oltre che alla Bibbia e alla poesia di Gilgamesh. Tante sono le influenze che il poeta subisce nel periodo giovanile. dopo il suo ritorno da Alessandria, durante il periodo parigino conosce  Apollinaire, Palazzeschi, Picasso, Modigliani, De Chirico. Legge inoltre la filosofia intuizionistica di Bergson .  L’elemento fondativo che attraversa tutta la poetica ungarettiana è costituito dalla metafora  del naufragio,  quel “naufragio senza fine”   presente nelle sue opere  e che assume una valenza filosofica. Ne  “L’Allegria di Naufragi”,  raccolta uscita nel 1919,   il cui titolo fu  successivamente abbandonato a favore de “l’Allegria” nella successiva edizione Preda del 1931, le omissioni praticate dal “variantista”  Ungaretti, che modificava costantemente le sue opere alla ricerca della forma più pura di poesia sono, a dispetto dell’assenza, illuminanti:  il poeta stesso, a proposito dell’eliminazione dal titolo di “Naufragi”, riferendosi  al verso leopardiano “e il naufragar m’è dolce in questo mare” afferma: “e’ molto possibile che nel mio subcosciente il Leopardi e il suo infinito fossero presenti quando improvvisamente il titolo di Naufragi mi veniva sulle labbra”(in Ungaretti commenta Ungaretti).  “Il  Naufragio  sparito dalla superficie, si è meglio e più solidamente fissato nel fondo genetico di tutta la poesia di Ungaretti”, fa notare Savoca.  Il lemma naufragio si carica di un significato universale e ominicomprensivo, abbracciando il tema del nulla e dell’infinito, condizione tragica  permanente di tutta l’esistenza dell’uomo, dalla nascita alla morte. Nulla, infinito, segreto, mare, deserto sono l’equivalente dello spazio infinito dell’assenza: la morte, il nulla, l’abisso, ci precedono nel nostro nascere e ci accompagnano  nel  “navigare”  nel mare  della vita, metafora dell’esistenza, fino alla morte: il silenzio nella tomba è uguale a quello di prima della culla, in mezzo c’è la vita dell’uomo,  la sua esistenza è un “Punto fra infiniti oblii” e in ogni attimo c’è la consapevolezza della morte. (G.U. Vita di un Uomo saggi e interventi 1974). Ogni uomo è dunque un naufrago. L’unico momento di felicità,  effimero, è quello dato dall’arte, dalla poesia, che dall’abisso, dal nulla, innalza l’uomo al cielo, avvicinandolo a Dio.  Attraverso lo studio dei testi critici e delle poesie Ungarettiane,  emergono nello studio di Savoca nuovi  elementi ancora poco conosciuti, come il rapporto tra canto arabo  e canto italiano, attraverso la scelta di versi parisillabi   che conferiscono alla metrica un carattere di cantilena, come “il vociare piano che torna e torna a tornare nel canto arabo” che tante volte  Ungaretti aveva sentito ad Alessandria,  espressione di una poesia autenticamente popolare. E’  il canto della vita, il cui ritmo corrisponde al battito del cuore, all’accendersi/spegnersi del lampo verde delle lucciole, (Annientamento) è musica e   ritmo nei  canti dei soldati (lettera a Papini, 27 maggio 1916) che Ungaretti rievoca attraverso l’uso del decasillabo, usato soprattutto nella prima fase, rivoluzionaria e più "pura", della sua poesia.

 

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